giovedì 25 giugno 2009

Effetto Placebo: inganno, suggestione o terapia?

di Alessandro Scuotto
articolo tratto da www.medicitalia.it

Il Placebo è una sostanza, o un’azione, priva di efficacia terapeutica specifica che, somministrata al paziente, si accompagna a modificazioni dell’organismo che realizzano un beneficio. La reazione dell’organismo a questa stimolazione è detta “effetto placebo” e si produce esclusivamente nel soggetto cosciente, è dunque subordinata alla elaborazione cognitiva: non è presente infatti nel soggetto anestetizzato ed è annullata dalla consapevolezza di ricevere un placebo.

L’atteggiamento di discredito, in particolare nelle argomentazioni a scopo detrattivo nei confronti delle medicine non convenzionali, con il quale viene talvolta trattato l’argomento, deriva probabilmente dal paragone che si attua nella sperimentazione di un farmaco.

Nella valutazione statistica dell’efficacia specifica di un farmaco si prevede la costituzione di un gruppo di controllo: agli individui di questo gruppo viene somministrato un placebo, mentre ad un altro gruppo – il più possibile simile al precedente per le caratteristiche individuali – viene somministrato il farmaco di cui si vuol conoscere l’efficacia. Nella sperimentazione detta “in doppio cieco” né lo sperimentatore né il paziente sono inizialmente al corrente di quale sia il farmaco e quale sia il placebo; ciò viene rivelato soltanto alla conclusione della sperimentazione in sede di analisi dei risultati. Se la risposta, in termini di beneficio terapeutico, è significativamente diversa a favore del gruppo che ha assunto il farmaco, questo viene giudicato efficace.

Oltre la porta del laboratorio di sperimentazione in farmacologia, rigorosamente chiusa all’interferenza del fattore umano, c’è il mondo reale dell’attività clinica nel quale la terapia è un’impresa più complessa dell’assunzione di un rimedio. Il rapporto medico-paziente o, in termini più moderni, l’alleanza terapeutica tra il curante e il malato è parte integrante non trascurabile dell’azione curativa e si esprime in termini di facilitazione all’azione della terapia specifica. E’ una componente generica presente in ogni forma di terapia, da sola spesso non sufficiente, ma sulla quale si innesta con maggiore efficacia la dinamica medicamentosa.

Il meccanismo d’azione dell’effetto placebo è di tipo psicosomatico. Attraverso le recenti acquisizioni della psico-neuro-endocrino-immunologia (PNEI) possiamo desumere che l’attività psichica, promossa dall’attesa del risultato positivo, induce modificazioni neurovegetative (variazioni della secrezione e della concentrazione di mediatori chimici) in grado di influenzare la percezione del dolore, l’equilibrio ormonale, le reazioni immunitarie e le modificazioni cardiocircolatorie dell’organismo. Si tratta degli stessi sistemi biologici con i quali interferiscono i farmaci. Ne deriva che in ogni azione terapeutica - di tipo convenzionale (farmaci, chirurgia, ecc.) o di tipo non convenzionale (agopuntura, omeopatia, ecc.) - è possibile un effetto placebo e che dunque una parte dell’efficacia sia da attribuire a tale azione.

Le aspettative che il paziente ripone nella strategia terapeutica giocano un ruolo cardine e nell’effetto placebo possiamo ravvisare l’accordo tra il risultato atteso dal soggetto e il beneficio riportato. Il “prendersi cura” del paziente e la conseguente coscienza, da parte del paziente, di essere accudito influiscono sull’aspetto psichico e dispongono il soggetto ad un’aspettativa in termini di beneficio: sollievo dal disagio per quel che riguarda i sintomi soggettivi (dolore, malessere…), modificazioni concrete per quanto attiene ai segni obiettivi (cicatrizzazione, riduzione della pressione arteriosa…)

Promuovere l’attivazione delle risorse interiori - ancora poco note, nonostante i progressi scientifici - ed avvalersene per ripristinare e mantenere lo stato di salute è compito ineludibile del medico; lo sottrae al ruolo di esecutore informatizzato di un protocollo rigido e gli riconosce la dignità umana e professionale stabilita dal rapporto interpersonale.

giovedì 16 aprile 2009

Integrazione Omeopatia - Terapia Convenzionale

da: SanitàNews
http://www.sanitanews.it/quotidiano/intarticolo.php?id=2328&sendid=481


L’OMEOPATIA PUO’ RIDURRE GLI EFFETTI COLLATERALI DELLE TERAPIE ANTITUMORALI
L'omeopatia ridurrebbe notevolmente gli effetti collaterali delle terapie antitumorali senza limitarne l'efficacia. Sono queste le conclusioni alle quali sono giunti una serie di studi clinici che hanno analizzato gli effetti di diverse sostanze omeopatiche. Secondo quanto riporta l'associazione no-profit Cochrane Collaboration, specializzata proprio nell'esaminare gli effetti collaterali delle terapie farmacologiche, tale responso verrebbe da otto studi condotti presso il Royal London Homeopathic Hospital su un totale di 664 partecipanti. Tali ricerche per la prima volta hanno accertato gli effetti lenitivi delle sostanze omeopatiche su chemio e radioterapia. Più in particolare uno studio francese ha attestato che una crema a base di calendula ha ridotto la dermatite acuta in pazienti con carcinoma mammario in modo assai piu' significativo rispetto al trattamento convenzionale. Si è rivelata efficace anche la Traumeel S, una miscela che comprende belladonna, arnica, iperico e echinacea, in grado di ridurre le stomatiti se usata come collutorio. Nessuno di questi studi ha evidenziato che uno qualsiasi di questi trattamenti possa interferire con le terapie antitumorali e una ulteriore ricerca ha addirittura dimostrato che, proprio grazie all'alleviamento degli effetti collaterali, chi riceve cure omeopatiche interrompe di meno la radioterapia rispetto a chi segue solo terapie tradizionali.

mercoledì 1 aprile 2009

Risate e Salute

da: SanitàNews
http://www.sanitanews.it/quotidiano/intarticolo.php?id=2284&sendid=476

ATTRAVERSO UNA RISATA SI PU0’ INNALZARE LA SOGLIA DEL DOLORE
La rivista americana Mind ha svelato tutti i benefici del sorriso, anche di quello finto. Una risata rende infatti migliore l'umore, libera endorfine, aiuta a resistere allo stress, rilassa i muscoli del viso abbassa la pressione del sangue e addolcisce il latte materno. Secondo uno studio di Willibald Ruch, dell'Università di Zurigo, le risate che nascono da battute, commedie divertenti o barzellette riescono addirittura ad alzare la soglia del dolore. Ma gli studi fatti sul sorriso sono molti e tutti evidenziano il suo effetto terapeutico. Un recente lavoro pubblicato sull'International Journal of Obesity ha dimostrato che ridere 15 minuti al giorno può permettere di perdere oltre due chili in un anno. Questo grazie all'accelerazione del battito cardiaco e al coinvolgimento di molti muscoli. Secondo l'autore dello studio Maciej Buchowski, della Vanderbilt University presso Nashville in Tennessee, sorridere è un po' come camminare. Secondo un altro studio di Eric Bressler, del Westfield State College, le donne prediligono quegli uomini sotto la cui foto c'è una battuta attribuita al soggetto immortalato. La terapia del sorriso, inoltre, è molto utilizzata dagli psichiatri nella cura delle depressione lieve. Per gli psichiatri dell'università tedesca di Marburg, ridere aiuta a distaccarsi dai problemi e a vederli da un altro punto di vista. Il sorriso, inoltre, fa bene anche ai neonati: se durante l'allattamento la mamma si concede delle sane risate il latte materno si arricchisce di melatonina che aiuta il piccolo a dormire e a difendersi dall'eczema cutaneo.


La felicità è contagiosa, 09/01/09
Perché ridere salva la vita, 26/10/08
L'ottimismo aiuta la salute, 13/03/08

martedì 31 marzo 2009

Accanimento diagnostico

da: Corriere della Sera.it
http://www.corriere.it/salute/09_marzo_30/vita_malattia_mortale_6a8f1684-1d0a-11de-aa2e-00144f02aabc.shtml

Allarme degli esperti: «Viviamo una vita troppo medicalizzata»
Si usano cure per situazioni che molti reputano patologiche ma in realtà sono fisiologiche


«La vita è una malattia sessualmente trasmessa ad esito fatale». L’adagio scherzoso che circola fra alcuni medici potrebbe essere tacciato di cinismo. E in effetti, prendendolo alla lettera lo sarebbe. Ma va detto che anche «l’accanimento diagnostico» se non è mortale può produrre discreti effetti collaterali. A riaccendere la miccia sulle polemiche dell’eccesso di «malattie», è un articolo apparso in apertura del sito della
BBC online nel quale Tim Kendall, Joint Director del National Collaboration Centre for Mental Health e uomo chiave per le decisioni sanitarie del governo britannico, esprime in un'intervista la sua preoccupazione circa la «esondante» medicalizzazione della società.

SIAMO TUTTI MALATI - Nel Regno Unito, notoriamente, si è molto attenti alle spese, comprese quelle che lo Stato deve sostenere per la sanità pubblica, ma - fa notare Kendall - che al 10 per cento dei bambini britannici sia stato diagnosticata una malattia mentale, che, sempre per i sudditi di Elisabetta II, siano state fatte 34 milioni di prescrizioni di antidepressivi nel 2007 e che il 10 per cento dei ragazzini americani prenda una medicina contro la sindrome da iperattività , alimenta il sospetto che qualche esagerazione ci sia. «Se si consulta il manuale di riferimento degli psichiatri americani» fa notare Kendall nell’intervista alla Bbc, «si ha l’impressione che qualunque tipo di comportamento umano sia virtualmente patologico». L'esperto inglese vuole quindi denunciare una tendenza a «cercare di creare nuove categorie di malattia, non di rado laddove c’è, o ci sarà, un farmaco che potrebbe essere utilizzato al bisogno». Esempi? L’articolo della Bbc ne cita alcuni, come la «sindrome delle gambe senza riposo», piuttosto che la «fobia sociale», o alcuni disturbi della sfera sessuale femminile.

DISTINGUERE CASO PER CASO - Su queste, ma anche su diverse altre condizioni, il dibattito sull’opportunità di cure è acceso da tempo, e sono disponibili montagne di studi pronti a dimostrare l’esistenza, la gravità e la diffusione di ciascuna di esse. Nondimeno, però, esistono spesso dubbi sul fatto che tali studi siano sempre uno specchio fedele della realtà e non invece una forzatura interpretativa per medicalizzare condizioni che invece, se non proprio del tutto fisiologiche, nemmeno sono sempre acclaratamente patologiche. Ovviamente bisogna sempre distinguere caso per caso, perché quando un farmaco ci vuole è sacrosanto prescriverlo(per il medico) e necessario prenderlo (per il paziente), ma quando non ci vuole è inutile. E questo sta alla sensibilità e alla capacità dei medici valutarl. Se qualcuno davvero non riesce a dormire la notte perché le sue gambe sono «senza riposo», cioè non riescono stare ferme, può trarre sicuro giovamento da un farmaco ad hoc, ma se è solo un po’ nervoso quel farmaco potrebbe, non servirgli , e produrre magari qualche effetto collaterale inutile, se non altro al suo portafoglio o a quello del sistema sanitario che lo rimborsa. E il problema non esiste solo per le medicine, ma anche per alcuni esami. Un antigene dosato per rilevare il tumore alla prostata, il Psa, era prescritto a tappeto fino a qualche anno fa, e invece oggi la maggior parte degli studiosi sostiene che rimane utile, e persino prezioso, in certe circostanze, ma può condurre a un eccesso di biopsie prostatiche in altre, quindi non andrebbe più usato, perlomeno da solo, per gli screening di massa. Va da sé che sarà lo specialista a valutare quando può dare un’informazione in più, utile per inquadrare la situazione di un paziente.

A TEATRO - Se può consolare, questo fenomeno, noto fra gli addetti ai lavori come «disease mongering», non è certo nuovo, e non c'è bisogno della Bbc per ricordarlo. Basti pensare che già nel 1923 a Parigi andava in scena a teatro «Il Trionfo della Medicina», commedia di Jules Romains in cui il dottor Knoch, giovane dottore appena nominato medico condotto in un paesino di campagna recitava: «La popolazione è sana soltanto perché non sa di essere malata». Stabilire dove stiano i confini tra salute e malattia non è facile A volte quei confini sono chiari e netti, le malattie sono reali e dolorose, e la cura con farmaci, terapie, procedimenti medici, sono quanto di più auspicabile ci possa essere. In altre circostanze, però, i limiti che delineano la patologia tendono sempre di più ad ampliarsi. Oppure problemi di salute sono talmente lievi o passeggeri che non giustificano una loro medicalizzazione.

IL MECCANISMO - Il meccanismo che sta alla base del «disease mongering» di solito è ricorrente: si parte da una patologia esistente e curabile farmacologicamente e poi, con operazioni ad hoc la si promuove e descrive in termini abbastanza generici da coinvolgere quanti più soggetti possibili. In altre occasioni addirittura il punto di partenza non è una malattia quanto piuttosto un problema, o semplicemente un fenomeno, che viene ridefinito opportunamente in chiave patologica. Non è che le patologie siano il risultato della creatività dell’industria: le malattie esistono, come pure sono normate e regolamentate le indicazioni per usare i farmaci, ma c’è un potente sforzo collaterale per spingere verso la medicina situazioni in cui un suo intervento è superfluo. Un sistema simile, così per come è strutturato, inevitabilmente genera e produce tendenze crescenti di medicalizzazione non sempre giustificate. Queste, se portate all’eccesso, non fanno bene né allo Stato né al cittadino: il contenimento della spesa sanitaria e la riduzione degli sprechi sono un problema importantissimo oggi per i responsabili della cosa pubblica di tutti i Paesi occidentali .

FRA DUE POLI - Pensare di essere malati perchè si perdono i capelli, oppure perchè si ha un po' di mal di testa mal di testa prima del ciclo mestruale, oppure perchè....si invecchia, può essere fuorviante. La paura di rischi irrilevanti o inesistenti per la salute è profondamente malsana. Il richiamo di Kendall è in realtà motivato soprattutto dalla sua preoccupazione che anche in Europa possa essere ammessa la pubblicità diretta di farmaci soggetti a prescrizione al pubblico, come già avviene negli Usa. Pensiamo di poter però sintetizzare che il suo invito è che si sappia mantenere un ragionevole equilibrio tra i rischi sopportabili e quelli che non lo sono. Senza cadere nell'eccesso opposto: per un vero malato di depressione una terapia adeguata può fare la differenza fra la vita a la morte (non solo in senso fisco), così come per un malato di tumore o di una malattia del cuore. E allo stesso modo la prevenzione, quando attuata secondo criteri opportuni non solo può risparmiare una malattia o la vita stessa, ma fa anche risparmiare soldi alle casse dello Stato.
Luigi Ripamonti

venerdì 20 febbraio 2009

Le Connessioni Inattese.it


In questo numero (Dicembre 2008):

- Gli obiettivi dell’Associazione Culturale ALTANUR (A.Scuotto)
http://www.leconnessioniinattese.it/2/2.html
http://www.youtube.com/watch?v=-A3QtAvfVrg
- Il confine tra Scienza, Storia e Mito (S. Scuotto)
http://www.leconnessioniinattese.it/2/2_a.html
- Sento. Di Lucio Esposito (O. Russo)
http://www.leconnessioniinattese.it/2/2_b.html
- Dal Mito al Rito attraverso la maschera (M. Scognamiglio)
http://www.leconnessioniinattese.it/2/2_c.html
- Paradigma epistemologico (A. Ianniello)
http://www.leconnessioniinattese.it/2/2_d.html
- Filiazione (L. Quintavalle)
http://www.leconnessioniinattese.it/2/2_e.html

venerdì 13 febbraio 2009

Raffreddore, rischio per la guida?

Per chi guida un'influenza è quasi peggio di due whisky
di Alessandro Scuotto

E’ di qualche giorno fa la notizia che mettersi alla guida ammalati di raffreddore o di influenza può comportare dei rischi. Uno studio britannico, commissionato dalla Lloyd TSB Insurance, ha rilevato che queste malattie riducono l’attenzione del guidatore dell’11-13%, una percentuale simile a quella riscontrabile nel guidatore con un aumento del tasso di alcool nel sangue pari al consumo di due whisky.
La ricerca è, in verità, condotta in modo scientificamente scrupoloso. L’uso di un simulatore della percezione di rischio e il campione sufficientemente ampio di individui sottoposti ad analisi portano a risultati statisticamente significativi. In più sono stati anche valutati gli effetti di altre condizioni di malessere (cefalea, sindrome premestruale, stress), che non hanno comportato una rilevante riduzione della percezione di rischio (solo il 4%). L’articolo è perfino corredato di una tabella illustrativa che evidenzia la distanza percorsa mentre si compie uno starnuto (circa 2 secondi) a varie velocità di guida: 27 metri circa a 50 km/h, più di 50m a 100km/h.
La relazione diretta causa-effetto tra stato di malattia e incidente è una supposizione ragionevole, ma non completamente dimostrata, inoltre ci sembra che l’applicabilità in pratica del risultato di questa ricerca sia piuttosto impegnativo.

Forse siamo maliziosi nel pensare che la Compagnia Assicurativa avesse qualche interesse nel commissionare tale ricerca con l’aspettativa ben riposta di tale risultato. Ma le parole della portavoce dell’Assicurazione ci suggeriscono questo sospetto. Infatti dice: "La nostra ricerca prova che mettersi alla guida quando si è ammalati causa migliaia di incidenti ogni anno. Ciò porta a un duplice avvertimento per i guidatori – primo, cercare di evitare di mettersi alla guida se affetti da influenza o raffreddore, e secondo essere preparati alla irresponsabilità di altri guidatori accertandosi di avere un’assicurazione completa (in lingua originale comprehensive)". In pratica si consiglia di stipulare un’assicurazione “casco”, di costo più elevato rispetto alla convenzionale assicurazione per il rischio automobilistico.

Questa comunicazione viene fornita, in modo opportuno, in un periodo dell’anno in cui l’incidenza di malattie da raffreddamento è molto elevata nella popolazione; ci aspettiamo tra qualche mese, in primavera,una analoga ricerca nei confronti delle persone con rinite allergica, anch’essi dispensatori di starnuti.

Ma queste notizie, che arrivano al pubblico dalla ricerca scientifica, attraverso i canali di informazione ordinari in maniera sovente tanto sintetica da avere un effetto slogan, ci inducono una riflessione scherzosa. Non desidereremmo infatti che un legislatore burlone ci imponesse l’uso della “maglia della salute” se la nostra auto è dotata di climatizzatore; inoltre speriamo che, nel caso vi fosse obbligo per la polizia stradale di rilevare la temperatura corporea delle persone al volante, ci sia concesso di utilizzare un metodo poco invasivo.


Articolo pubblicato sul quotidiano L'Ordine, 12 febbraio 2009

venerdì 6 febbraio 2009

Medici e immigrati

Non ti denuncerò.
di Alessandro Scuotto

Ieri, con emendamento approvato al Senato, è stato soppresso il comma 5 dell’articolo 35 del DL 25 luglio1998, n.286: “L’accesso alla struttura sanitaria da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”.
Dunque un medico può denunciare un immigrato irregolare che gli si rivolge per problemi di salute.
Può non significa che deve farlo!
La Federazione degli Ordini dei Medici, i medici cattolici italiani, l’organizzazione umanitaria “Medici senza Frontiere” e tante altre autorevoli organizzazioni sanitarie e non hanno già espresso il dissenso sull’emendamento. Come medico ne sono confortato e desidero manifestare la mia opinione.

Non so se, nell’esercizio della professione, mi capiterà di trovarmi in questa posizione, ma caro cittadino - italiano o straniero, regolarmente ammesso o irregolarmente presente in Italia - voglio farti sapere che, nell’osservanza delle leggi dello Stato, nell’adempimento delle disposizioni del codice deontologico e nel rispetto dei principi etici, io non ti denuncerò.

Non ti denuncerò. Perché ho giurato che: “dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo della sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza distinzioni di sesso, di etnia, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, di ideologia, in tempo di pace e in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera” (Art. 3 del Codice di Deontologia Medica, 16 dicembre 2006)

Non ti denuncerò. Perché ho giurato di ispirarmi “ai valori etici della professione, assumendo come principio il rispetto della vita, della salute fisica e psichica, della libertà e della dignità della persona” e di non dover “soggiacere a interessi, imposizioni e suggestioni di altra natura” (art. 4).

Non ti denuncerò. Perché ho giurato di “collaborare alla eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario, al fine di garantire a tutti i cittadini stesse opportunità di accesso, disponibilità, utilizzazione e qualità di cure” (art.6).

Non ti denuncerò perché un medico “non può mai rifiutarsi di prestare soccorso o cure d’urgenza e deve tempestivamente attivarsi per assicurare assistenza” (art.8).

Non ti denuncerò perché “il medico deve mantenere il segreto su tutto ciò che gli è confidato o di cui venga a conoscenza nell’esercizio della professione” e perché “il medico non deve rendere al Giudice testimonianza su fatti e circostanze inerenti il segreto professionale” (art.10).

Ma soprattutto non ti denuncerò perché ho scelto di essere dalla tua parte, nella lotta contro la malattia e contro la sofferenza, e desidero che tu ti fidi di me.


Articolo pubblicato sul quotidiano L'Ordine, 6 febbraio 2009.