
domenica 1 novembre 2009
martedì 22 settembre 2009
Felicità e PIL
Quel (brutto) vizio di pensare che attraverso il Pil si possa misurare tutto
Se a stimolare l'interesse dei mezzi di informazione sul rapporto ricchezze e felicità sia la contingenza economica non favorevole oppure se sia la progressiva consapevolezza che lo stile di vita attualmente vissuto in occidente appare sempre meno esportabile al resto del globo perché insostenibile, è difficile da dire. Certo, leggendo alcune notizie corredate di rafinate analisi statistiche si può indulgere a rassicuranti conclusioni: "Il denaro, in fondo, non dà la felicità", ma il luogo comune è umoristicamente facile da infrangere, "Figuriamoci la miseria!" (W. Allen).
di Alessandro Scuotto
La realtà è che l'accostamento tra i due temi è improprio e sitemi di valutazione dell'uno non si adattano ad esprimere considerazioni sull'altro: come sottolinea efficacemente P. Legrenzi sul Sole 24ore, è come confrontare ciliege e mele. Lo stato di benessere soggettivo non è correlato con l'indicatore più noto di ricchezza di una comunità, il Prodotto Interno Lordo.
Questa dissociazione è nota da tempo, è sorprendente invece come sia stato possibile generare la falsa convinzione di una loro relazione. In un articolo, apparso il mese sorso su Herald Tribune, il filosofo statunitensa Simon Critchley pone provocatoriamente l'accento sul sistema di valori nel mondo attuale, nel quale la sola cosa in cui possiamo avere fede è il denaro. La declinazione come fine di ciò che, per sua natura, è un mezzo è alla base di una distorsione interpretativa e conduce a valutazioni inappropriate.
La necessità di nuovi indicatori di salute di un paese o di una comunità, suggeriti dalla commissione Stiglitz, non è nuova, ma è un passo avanti nella valutazione del benessere non solo connesso al reddito o all'occupazione, ma anche alla soddisfazione nelle relazioni personali e alla sensazione di avere uno scopo nella vita. L'idea di considerare la Felicità Nazionale Lorda, di cui il piccolo regno himalayano del Bhutan è stato pecursore, non sostituisce l'indicazione del PIL, ma lo affianca nel delineare con maggiore precisione la condizione degli abitanti.
Per concludere "Il calcolo del nostro PIL tiene conto dell'inquinamento atmosferico, della pubblicità delle sigarette e delle corse in ambulanza per soccorrere i feriti sulle strade. Mette in conto i sistemi di sicurezza che acquistiamo per proteggere le nostre case e il costo delle prigioni in cui rinchiudiamo coloro i quali riescono a penetrarvi. Integra la distruzione delle nostre foreste di sequioe e la loro sostituzione con un'urbanizzazione tentacolare e caotica. Comprende la produzione del napalm, delle armi nuclearie delle automobili blindate della polizia destinate a reprimere i disordini nelle nostre città. Mette in conto... i programmi televisivi che glorificano la violenza allo scopo di vendere i giocattoli corrispondenti ai nostri bambini. In compenso il PIL non tiene conto della salute dei nostri figli, della qualità della loro istruzione né dell'allegria dei loro giochi. Non misura la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni. Non pensa a valutare la qualità dei nostri dibattiti politici o l'integrità dei nostri rappresentanti. Non tiene conto del nostro coraggio, della nostra saggezza o della nostra cultura. Non dice nulla della nostra pietà o dell'attaccamento al nostro paese. In breve, il PIL misura tutto, tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta."
Queste parole sono estratte da un discorso di Robert Kennedy tenuto durante la sua campagna elettorale il 18 marzo 1968.
Articolo pubblicato sul quotidiano L'Ordine, 22 settembre 2009.
domenica 13 settembre 2009
Felici si può diventare
La felicità è un esercizio, basta allenarsi bene.
di Alessandro Scuotto
In uno scenario di questo tipo suona quanto mai appropriata la domanda provocatoria "Che cosa non va nella felicità?" con la quale Zygmunt Bauman apre l'introduzione al suo saggio di recente pubblicazione, L'arte della vita (Laterza, 2009).

Nel corso di un'intervista rilasciata in occasione del suo ottantacinquesimo compleanno (26 luglio 1960) fu chiesto a Jung quali fossero i fattori fondamentali per la felicità interiore dell'uomo. Il celebre psichiatra svizzero elencò i seguenti:
di Alessandro Scuotto
Alcune recenti ricerche hanno posto l'accento sulla mancanza di corrispondenza tra la felicità percepita e il livello di benessere economico.
Nella società occidentale viviamo attualmente in un condizion in cui la disponibilità di beni e servizi è vasta come mai lo è stata nella storia dell'umanità, notevolmente superiore alle possibilità concrete di consumo; ciò nonostante vi è una crescente incidenza nella popolazione di condizioni di disagio esistenziale, di depressione e di maattie psicosomatiche.
In uno scenario di questo tipo suona quanto mai appropriata la domanda provocatoria "Che cosa non va nella felicità?" con la quale Zygmunt Bauman apre l'introduzione al suo saggio di recente pubblicazione, L'arte della vita (Laterza, 2009).L'analisi condotta dal filosofo porta alla conclusione che il principale ostacolo alla felicità è l'obbligo alla felicità. Un modello sociale nel quale il rapido consumo è sostenuto dalla necessità di conseguire altri beni di consumo, rinvia continuamente nel futuro indeterminato la soddisfazione della conquista e impone una coazione a ripetere. Il valore di una vita piacevole viene rimpiazzato dall'ambizione a raggiungerla, si sostituisce così il beneficio assicurato dalla realizzazione con la frustrazione di una corsa inefficace verso un traguardo incessantemente rimosso.
Come la costrizione alla libertà, teorizzata da Rousseau, ha mostrato i suoi limiti ed è stata smentita dall'esperienza storica; come è impossibile costringere all'amore, così la coercizione a cercare la felicità non conduce alla felicità: si può essere felici, m non vi è obbligo alla ricerca della felicità.
Per condurre un'esistenza gioiosa, quindi, non si può prescindere dall'esercizio libero della volontà, ma questo esercizio si incontra - talvolta si scontra --con le ineludibili richieste dell'ambiente. L'atteggiamento flessibile nei confronti di queste eventuali frizioni è, a questo punto, necessario. Ciò non implica un adattamento passivo: il confronto con le avversità in uno stato di rassegnazione conduce inevitabilmente alla depressione; né ha senso negare l'esistenza delle esperienze negative: la fga dalla realtà porta verso atmosfere deliranti che non aiutano a vivere meglio. Al contrario l'impegno attivo di abilità, che si posono acquisire e perfezionare, favorisc la ricerca e l'attuazione di soluzioni possibili e ci consente di scorgere opportunità celate dietro gli ostacoli apparenti.
Dietro questo assunto teorico c'è un risvolto metodologico che comporta la possibilità di osserare i fenomeni da punti di vista differenti. Secondo una corrente di pensiero, originata negi Stati Uniti nell'utimo ventennio del secolo scorso e sfociat successivamente nella "psicologia positiva". l'atteggiamento ottimistico o pessimistico della persona fa a differenza. Beninteso, l'atteggiamento ottimistico non è il risultato di un pensiero ossessivamente orientato a "tutto-va-bene" quando è presente una situazione difficile, ma è proprio il prodotto di una flessibilità interpretatativa.
L'atteggiamento ottimista si può imparare con delle tecniche semplici di acquisizione di abilità cognitiva. Il punto di parenza è la considerazione che ciascuno di noi, nei confronti delle esperienze della vita, tesse un dialogo interiore attraverso il quale elabora una interpretazione della realtà. Attribuisce, in altre parole, ad ogni evento una causa. Questo procedimento mentale ha un suo stile, lo "stile di
attribuzione causale" che ha tre caratteristiche peculiari: permanenza/transitorietà, pervasività (specifica/universale), personalizzazione.
Nei confronti di una avversità la persona pessimista tende a dare una spiegazione di tipo permanente nel tempo (sempre, mai...), a pervasività universale quando un fallimento colpisce un ambito della sua vita si arrende anche in tutti gli altri) e con personalizzazione (è colpa mia!). Gli ottimisti si spiegano le avvesità della vita in senso temporaneo (non permanente), con pervasività specifica (limitando la circostanza negativa all'ambito nel quale si è verificata) e con minore personalizzazione (la colpa non è mia o almeno non del tutto mia).
Lo stile di attribuzione causale, o stile esplicativo, che conduce al pessimismo comporta l'instaurarsi di una condizione definita "impotenza appresa" nella quale l'individuo si sente completamente in balia degli eventi. Lo stile esplicativo ottimistico, invece, genera la sensazione di poter esercitare un controllo pesonale sugli eventi ed incrementa l'autostima.
Ma nella pratica?
Il primo passo fondamentale è riconoscere il dialogo interiore e osservare le frasi che rimandiamo a noi stessi nel momento in cui si verifica una circostanza avversa. Pensieri del tipo "capita sempre a me", "avessi mai la fortuna che...", "non c'è due senza tre", ecc. hanno un alto grado di permanenza; "è una rovina", "è completamente distrutto", "sono finito", ecc. hanno un alto grado di pervasività; "non avrei dovuto azzardarmi", "è colpa mia", "sono un incapace", ecc. hanno un alto livello di personalizzazione.
Bene! La cosa sorprendente è che nella gran parte dei casi queste affermazioni sono false! Uno degli esercizi logici più utili è quello di esaminare il pensiero e chiedersi "ma è davvero così come sto dicendo?". "E' una rovina"? o piuttosto "è un danno di qualche parte"; "capita sempre a me" significa che "dall'epoca della mia nascita a tutt'oggi questo evento si è verificato in maniera ineluttabile e ripetitiva ai miei danni", e via così. Quello che scopriamo allora è che spesso il nostro dialogo interiore, sottoposto alla pressione emozionale, scatta automatico e inconsapevole producendo una serie di affermazioni che addirittura non condividiamo!
Come è possibile questo? Perché posso pensare cose nelle quali non credo?
Perché questi pensieri non ci appartengono, non sono i nostri, sono presi a prestito dall'esternoe sono liberati quando il controllo razionale diventa meno vigile perché sommerso dall'energia dell'emozione. Questi pensieri "esterni" si inseriscono nei nostri circuiti e "si accomodano" perché ben veicolati da un investimento emotivo-affettivo: in parole semplici tendiamo a far proprie quelle affermazioni che sentiamo ripetutamente espresse dalle persone alle quali attribuiamo un ruolo per noi formativo sostenuto sul piano sentimentale: genitori, maestri, ideologi, ecc.
A questo punto il lavoro da fare con se stessi è un allenamento psicologico, una ginnastica nella palestra della mente che - come quella del fisico irrobustisce i muscoli - porta a rinvigorire le nostre attitudini mentali.
Nel corso di un'intervista rilasciata in occasione del suo ottantacinquesimo compleanno (26 luglio 1960) fu chiesto a Jung quali fossero i fattori fondamentali per la felicità interiore dell'uomo. Il celebre psichiatra svizzero elencò i seguenti:Primo: una buona salute fisica e mentale.
Secondo: relazioni personali e intime soddisfacenti.
Terzo: la capacità di percepire la bellezza nell'arte e nella natura.
Quarto: un livello di vita sufficiente e un lavoro soddisfacente.
Quinto: un punto di vista filosofico o religioso capace di farci affrontare bene le vicisitudini della vita. Precisando successivamente che la visione filosofica o religiosa deve essere accompagnata da una coerente moralità pratica, perché senza di essa filosofia e religione rimangono pure finzioni, prive di efficacia concreta.
I punti sinteticamente indicati da Jung illustrano con chiarezza la mappa di orientamento per esplorare con costanza i territori dell'esistenza.
La buona salute è più probabile - è statisticamente accertato - nelle persone che hanno un atteggiamento ottimista ed è sostenuta dall'attenzione alla prevenzione e al prendersi cura di sé. Assumere impegni relazionali, che scaturiscono dall'impiego corretto dell'intelligenza sociale, e prendersi cura di altri fornisce energie per il benessere emozionale, laddove l'impegno-fobia sciupa la relazione in una modalità consumistica, riducendola a dipendenza. Il pensiero astratto e il comportamento verso il bello ci invitano a varcare la soglia della gratificazione sensoriale per proiettarci verso l'esperienza di gioia. Il piacere intrinseco per il lavoro ben fatto trasmette il senso della nostra opera quotidiana oltre il tempo e arricchisce l'umanità intera. L'aspetto morale che accompagna la visione trascendente (filosofica o religiosa) della vita è espressione spontanea di libertà poiché, per dirla con le parole di Bauman, il conformarsi non è moralità, ma sentirsi parte di un qualcosa di più grande di noi ci conferisce dignità e valore.
Articolo pubblicato, con alcune modifiche, sul quotidiano L'Ordine, 11 settembre 2009.
giovedì 23 luglio 2009
Efficacia dell'aromaterapia
Una ricerca dell'Università di Tokio, pubblicata recentemente su ACS Journal of Agricoltural and Food Chemistry, dimostra che l'inalazione di aromi floreali riduce gli effetti indotti dallo stress.
Il lavoro è stato condotto utilizzando il Linololo (un aroma presente in molte piante) su topi sottoposti a condizioni di stress e monitorando l'espressione genica dei leucociti nel sangue.
Il lavoro è stato condotto utilizzando il Linololo (un aroma presente in molte piante) su topi sottoposti a condizioni di stress e monitorando l'espressione genica dei leucociti nel sangue.
martedì 21 luglio 2009
I fiori di Bach
di Alessandro Scuotto
articolo tratto da www.medicitalia.it
I fiori di Bach sono preparazioni ottenute da fiori selvatici che, opportunamente selezionati, costituiscono un metodo di cura naturale.
L'oggetto di questa terapia non è la patologia organica dell'individuo, bensì la componente emozionale che rappresenta un disagio da sola o che si accomapagna allo stato di malattia.
Alcuni studiosi hanno tracciato delle interessanti corrispondenze dei fiori con archetipi e qualità spirituali dell'essere umano nell'ambito della psicosintesi di Assagioli, ipotizzando un loro intervento sull'inconscio "plastico".
Sebbene sotto l'aspetto legale in Italia (come in Inghilterra) sono autorizzati alla vendita come farmaci omeopatici, e per quanto Edward Bach abbia contribuito all'omeopatia con importanti studi, i fiori di Bach presentano solo alcune analogie di preparzaione con i principi omeopatici, in particolare per quel che riguarda la diluizione, ma se ne discostano per altre caratteristiche (agitazione della soluzione, legge del simile).
Le ipotesi per il meccanismo d'azione della floriterapia non chiamano in gioco procedimenti chimici farmacologici, ma il presupposto, d'impronta vitalistica, che i fiori abbiano un'energia in grado di riportare in armonia uno stato emozionale alterato: la dissonanza del disagio viene riequilibrata dalla frequenza di vibrazione specifica dell'energia dell'essenza floreale, come uno strumento musicale può essere accordato mediante il diapason.
I detrattori del metodo attribuiscono i risultati alla casualità e/o li fanno rientrare nell'ambito dell'effetto placebo; i sostenitori confutano questa semplificazione segnalando che variazioni sono ottenute anche in organismi viventi non influenzabili sul piano cognitivo (e dunque non suscettibili di effetto placebo): animali e piante, e sottolineando inoltre la specificità d'azione per ciascun rimedio.
Vero è che l'indicazione, necessariamente individualizzata, rende difficile l'analisi statistica dei dati per la disomogeneità dei campioni e compromette la ripetibilità dell'esperienza, cardine del metodo scientifico; ma l'osservazione sperimentale pone degli interrogativi irrisolti che non meritano un atteggiamento di negazione a priori, bensì un impegno rivolto alla comprensione delle applicazioni e dei limiti.
Nel pensiero originale di Edward Bach i rimedi floreali dovrebbero poter essere gestiti in autonomia dal soggetto che si prende cura di sé, ma questo non è sempre facile.
L'indicazione della floriterapia è rivolta allo stato emozionale nel presente e non sempre all'individuo coinvolto appare chiaramente riconoscibile la variazione (o il disturbo) emozionale su cui intervenire. Il disinteresse per il presente, la solitudine, l'influenzabilità, lo sconforto, l'eccessiva disponibilità, la paura, l'insicurezza possono essere posti in relazione con le caratteristiche della personalità o con lo stato psichico transitorio emergente: questo è il motivo per cui vale la pena di rivolgersi ad un esperto che, con un'attenta osservazione dall'esterno, possa percepire quelle sfumature che meritano attenzione e che al soggetto possono risultare celate.
Incoraggiare la disponibilità a curarsi, favorire l'attenuazione delle resistenze e concorrere a una maggior chiarezza sulle possibilità di successo si traducono indubbiamente in un beneficio. D'altra parte, se agevolare le risorse interiori del soggetto è parte integrante della terapia, non è però sufficiente a garantirne l'esito favorevole.
Certamente accostarsi a questa metodologia terapeutica assume un valore di sostegno e di facilitazione, ma in nessun modo deve essere intesa a sottrarre il paziente alla applicazione di tecniche d'indagine e terapie di comprovata efficacia in medicina convenzionale.
articolo tratto da www.medicitalia.it
I fiori di Bach sono preparazioni ottenute da fiori selvatici che, opportunamente selezionati, costituiscono un metodo di cura naturale.
L'oggetto di questa terapia non è la patologia organica dell'individuo, bensì la componente emozionale che rappresenta un disagio da sola o che si accomapagna allo stato di malattia.
Alcuni studiosi hanno tracciato delle interessanti corrispondenze dei fiori con archetipi e qualità spirituali dell'essere umano nell'ambito della psicosintesi di Assagioli, ipotizzando un loro intervento sull'inconscio "plastico".
Sebbene sotto l'aspetto legale in Italia (come in Inghilterra) sono autorizzati alla vendita come farmaci omeopatici, e per quanto Edward Bach abbia contribuito all'omeopatia con importanti studi, i fiori di Bach presentano solo alcune analogie di preparzaione con i principi omeopatici, in particolare per quel che riguarda la diluizione, ma se ne discostano per altre caratteristiche (agitazione della soluzione, legge del simile).
Le ipotesi per il meccanismo d'azione della floriterapia non chiamano in gioco procedimenti chimici farmacologici, ma il presupposto, d'impronta vitalistica, che i fiori abbiano un'energia in grado di riportare in armonia uno stato emozionale alterato: la dissonanza del disagio viene riequilibrata dalla frequenza di vibrazione specifica dell'energia dell'essenza floreale, come uno strumento musicale può essere accordato mediante il diapason.
I detrattori del metodo attribuiscono i risultati alla casualità e/o li fanno rientrare nell'ambito dell'effetto placebo; i sostenitori confutano questa semplificazione segnalando che variazioni sono ottenute anche in organismi viventi non influenzabili sul piano cognitivo (e dunque non suscettibili di effetto placebo): animali e piante, e sottolineando inoltre la specificità d'azione per ciascun rimedio.
Vero è che l'indicazione, necessariamente individualizzata, rende difficile l'analisi statistica dei dati per la disomogeneità dei campioni e compromette la ripetibilità dell'esperienza, cardine del metodo scientifico; ma l'osservazione sperimentale pone degli interrogativi irrisolti che non meritano un atteggiamento di negazione a priori, bensì un impegno rivolto alla comprensione delle applicazioni e dei limiti.
Nel pensiero originale di Edward Bach i rimedi floreali dovrebbero poter essere gestiti in autonomia dal soggetto che si prende cura di sé, ma questo non è sempre facile.
L'indicazione della floriterapia è rivolta allo stato emozionale nel presente e non sempre all'individuo coinvolto appare chiaramente riconoscibile la variazione (o il disturbo) emozionale su cui intervenire. Il disinteresse per il presente, la solitudine, l'influenzabilità, lo sconforto, l'eccessiva disponibilità, la paura, l'insicurezza possono essere posti in relazione con le caratteristiche della personalità o con lo stato psichico transitorio emergente: questo è il motivo per cui vale la pena di rivolgersi ad un esperto che, con un'attenta osservazione dall'esterno, possa percepire quelle sfumature che meritano attenzione e che al soggetto possono risultare celate.
Incoraggiare la disponibilità a curarsi, favorire l'attenuazione delle resistenze e concorrere a una maggior chiarezza sulle possibilità di successo si traducono indubbiamente in un beneficio. D'altra parte, se agevolare le risorse interiori del soggetto è parte integrante della terapia, non è però sufficiente a garantirne l'esito favorevole.
Certamente accostarsi a questa metodologia terapeutica assume un valore di sostegno e di facilitazione, ma in nessun modo deve essere intesa a sottrarre il paziente alla applicazione di tecniche d'indagine e terapie di comprovata efficacia in medicina convenzionale.
giovedì 25 giugno 2009
Effetto Placebo: inganno, suggestione o terapia?
di Alessandro Scuotto
articolo tratto da www.medicitalia.it
Il Placebo è una sostanza, o un’azione, priva di efficacia terapeutica specifica che, somministrata al paziente, si accompagna a modificazioni dell’organismo che realizzano un beneficio. La reazione dell’organismo a questa stimolazione è detta “effetto placebo” e si produce esclusivamente nel soggetto cosciente, è dunque subordinata alla elaborazione cognitiva: non è presente infatti nel soggetto anestetizzato ed è annullata dalla consapevolezza di ricevere un placebo.
L’atteggiamento di discredito, in particolare nelle argomentazioni a scopo detrattivo nei confronti delle medicine non convenzionali, con il quale viene talvolta trattato l’argomento, deriva probabilmente dal paragone che si attua nella sperimentazione di un farmaco.
Nella valutazione statistica dell’efficacia specifica di un farmaco si prevede la costituzione di un gruppo di controllo: agli individui di questo gruppo viene somministrato un placebo, mentre ad un altro gruppo – il più possibile simile al precedente per le caratteristiche individuali – viene somministrato il farmaco di cui si vuol conoscere l’efficacia. Nella sperimentazione detta “in doppio cieco” né lo sperimentatore né il paziente sono inizialmente al corrente di quale sia il farmaco e quale sia il placebo; ciò viene rivelato soltanto alla conclusione della sperimentazione in sede di analisi dei risultati. Se la risposta, in termini di beneficio terapeutico, è significativamente diversa a favore del gruppo che ha assunto il farmaco, questo viene giudicato efficace.
Oltre la porta del laboratorio di sperimentazione in farmacologia, rigorosamente chiusa all’interferenza del fattore umano, c’è il mondo reale dell’attività clinica nel quale la terapia è un’impresa più complessa dell’assunzione di un rimedio. Il rapporto medico-paziente o, in termini più moderni, l’alleanza terapeutica tra il curante e il malato è parte integrante non trascurabile dell’azione curativa e si esprime in termini di facilitazione all’azione della terapia specifica. E’ una componente generica presente in ogni forma di terapia, da sola spesso non sufficiente, ma sulla quale si innesta con maggiore efficacia la dinamica medicamentosa.
Il meccanismo d’azione dell’effetto placebo è di tipo psicosomatico. Attraverso le recenti acquisizioni della psico-neuro-endocrino-immunologia (PNEI) possiamo desumere che l’attività psichica, promossa dall’attesa del risultato positivo, induce modificazioni neurovegetative (variazioni della secrezione e della concentrazione di mediatori chimici) in grado di influenzare la percezione del dolore, l’equilibrio ormonale, le reazioni immunitarie e le modificazioni cardiocircolatorie dell’organismo. Si tratta degli stessi sistemi biologici con i quali interferiscono i farmaci. Ne deriva che in ogni azione terapeutica - di tipo convenzionale (farmaci, chirurgia, ecc.) o di tipo non convenzionale (agopuntura, omeopatia, ecc.) - è possibile un effetto placebo e che dunque una parte dell’efficacia sia da attribuire a tale azione.
Le aspettative che il paziente ripone nella strategia terapeutica giocano un ruolo cardine e nell’effetto placebo possiamo ravvisare l’accordo tra il risultato atteso dal soggetto e il beneficio riportato. Il “prendersi cura” del paziente e la conseguente coscienza, da parte del paziente, di essere accudito influiscono sull’aspetto psichico e dispongono il soggetto ad un’aspettativa in termini di beneficio: sollievo dal disagio per quel che riguarda i sintomi soggettivi (dolore, malessere…), modificazioni concrete per quanto attiene ai segni obiettivi (cicatrizzazione, riduzione della pressione arteriosa…)
Promuovere l’attivazione delle risorse interiori - ancora poco note, nonostante i progressi scientifici - ed avvalersene per ripristinare e mantenere lo stato di salute è compito ineludibile del medico; lo sottrae al ruolo di esecutore informatizzato di un protocollo rigido e gli riconosce la dignità umana e professionale stabilita dal rapporto interpersonale.
articolo tratto da www.medicitalia.it
Il Placebo è una sostanza, o un’azione, priva di efficacia terapeutica specifica che, somministrata al paziente, si accompagna a modificazioni dell’organismo che realizzano un beneficio. La reazione dell’organismo a questa stimolazione è detta “effetto placebo” e si produce esclusivamente nel soggetto cosciente, è dunque subordinata alla elaborazione cognitiva: non è presente infatti nel soggetto anestetizzato ed è annullata dalla consapevolezza di ricevere un placebo.
L’atteggiamento di discredito, in particolare nelle argomentazioni a scopo detrattivo nei confronti delle medicine non convenzionali, con il quale viene talvolta trattato l’argomento, deriva probabilmente dal paragone che si attua nella sperimentazione di un farmaco.
Nella valutazione statistica dell’efficacia specifica di un farmaco si prevede la costituzione di un gruppo di controllo: agli individui di questo gruppo viene somministrato un placebo, mentre ad un altro gruppo – il più possibile simile al precedente per le caratteristiche individuali – viene somministrato il farmaco di cui si vuol conoscere l’efficacia. Nella sperimentazione detta “in doppio cieco” né lo sperimentatore né il paziente sono inizialmente al corrente di quale sia il farmaco e quale sia il placebo; ciò viene rivelato soltanto alla conclusione della sperimentazione in sede di analisi dei risultati. Se la risposta, in termini di beneficio terapeutico, è significativamente diversa a favore del gruppo che ha assunto il farmaco, questo viene giudicato efficace.
Oltre la porta del laboratorio di sperimentazione in farmacologia, rigorosamente chiusa all’interferenza del fattore umano, c’è il mondo reale dell’attività clinica nel quale la terapia è un’impresa più complessa dell’assunzione di un rimedio. Il rapporto medico-paziente o, in termini più moderni, l’alleanza terapeutica tra il curante e il malato è parte integrante non trascurabile dell’azione curativa e si esprime in termini di facilitazione all’azione della terapia specifica. E’ una componente generica presente in ogni forma di terapia, da sola spesso non sufficiente, ma sulla quale si innesta con maggiore efficacia la dinamica medicamentosa.
Il meccanismo d’azione dell’effetto placebo è di tipo psicosomatico. Attraverso le recenti acquisizioni della psico-neuro-endocrino-immunologia (PNEI) possiamo desumere che l’attività psichica, promossa dall’attesa del risultato positivo, induce modificazioni neurovegetative (variazioni della secrezione e della concentrazione di mediatori chimici) in grado di influenzare la percezione del dolore, l’equilibrio ormonale, le reazioni immunitarie e le modificazioni cardiocircolatorie dell’organismo. Si tratta degli stessi sistemi biologici con i quali interferiscono i farmaci. Ne deriva che in ogni azione terapeutica - di tipo convenzionale (farmaci, chirurgia, ecc.) o di tipo non convenzionale (agopuntura, omeopatia, ecc.) - è possibile un effetto placebo e che dunque una parte dell’efficacia sia da attribuire a tale azione.
Le aspettative che il paziente ripone nella strategia terapeutica giocano un ruolo cardine e nell’effetto placebo possiamo ravvisare l’accordo tra il risultato atteso dal soggetto e il beneficio riportato. Il “prendersi cura” del paziente e la conseguente coscienza, da parte del paziente, di essere accudito influiscono sull’aspetto psichico e dispongono il soggetto ad un’aspettativa in termini di beneficio: sollievo dal disagio per quel che riguarda i sintomi soggettivi (dolore, malessere…), modificazioni concrete per quanto attiene ai segni obiettivi (cicatrizzazione, riduzione della pressione arteriosa…)
Promuovere l’attivazione delle risorse interiori - ancora poco note, nonostante i progressi scientifici - ed avvalersene per ripristinare e mantenere lo stato di salute è compito ineludibile del medico; lo sottrae al ruolo di esecutore informatizzato di un protocollo rigido e gli riconosce la dignità umana e professionale stabilita dal rapporto interpersonale.
giovedì 16 aprile 2009
Integrazione Omeopatia - Terapia Convenzionale
da: SanitàNews
http://www.sanitanews.it/quotidiano/intarticolo.php?id=2328&sendid=481
L’OMEOPATIA PUO’ RIDURRE GLI EFFETTI COLLATERALI DELLE TERAPIE ANTITUMORALI
L'omeopatia ridurrebbe notevolmente gli effetti collaterali delle terapie antitumorali senza limitarne l'efficacia. Sono queste le conclusioni alle quali sono giunti una serie di studi clinici che hanno analizzato gli effetti di diverse sostanze omeopatiche. Secondo quanto riporta l'associazione no-profit Cochrane Collaboration, specializzata proprio nell'esaminare gli effetti collaterali delle terapie farmacologiche, tale responso verrebbe da otto studi condotti presso il Royal London Homeopathic Hospital su un totale di 664 partecipanti. Tali ricerche per la prima volta hanno accertato gli effetti lenitivi delle sostanze omeopatiche su chemio e radioterapia. Più in particolare uno studio francese ha attestato che una crema a base di calendula ha ridotto la dermatite acuta in pazienti con carcinoma mammario in modo assai piu' significativo rispetto al trattamento convenzionale. Si è rivelata efficace anche la Traumeel S, una miscela che comprende belladonna, arnica, iperico e echinacea, in grado di ridurre le stomatiti se usata come collutorio. Nessuno di questi studi ha evidenziato che uno qualsiasi di questi trattamenti possa interferire con le terapie antitumorali e una ulteriore ricerca ha addirittura dimostrato che, proprio grazie all'alleviamento degli effetti collaterali, chi riceve cure omeopatiche interrompe di meno la radioterapia rispetto a chi segue solo terapie tradizionali.
http://www.sanitanews.it/quotidiano/intarticolo.php?id=2328&sendid=481
L’OMEOPATIA PUO’ RIDURRE GLI EFFETTI COLLATERALI DELLE TERAPIE ANTITUMORALI
L'omeopatia ridurrebbe notevolmente gli effetti collaterali delle terapie antitumorali senza limitarne l'efficacia. Sono queste le conclusioni alle quali sono giunti una serie di studi clinici che hanno analizzato gli effetti di diverse sostanze omeopatiche. Secondo quanto riporta l'associazione no-profit Cochrane Collaboration, specializzata proprio nell'esaminare gli effetti collaterali delle terapie farmacologiche, tale responso verrebbe da otto studi condotti presso il Royal London Homeopathic Hospital su un totale di 664 partecipanti. Tali ricerche per la prima volta hanno accertato gli effetti lenitivi delle sostanze omeopatiche su chemio e radioterapia. Più in particolare uno studio francese ha attestato che una crema a base di calendula ha ridotto la dermatite acuta in pazienti con carcinoma mammario in modo assai piu' significativo rispetto al trattamento convenzionale. Si è rivelata efficace anche la Traumeel S, una miscela che comprende belladonna, arnica, iperico e echinacea, in grado di ridurre le stomatiti se usata come collutorio. Nessuno di questi studi ha evidenziato che uno qualsiasi di questi trattamenti possa interferire con le terapie antitumorali e una ulteriore ricerca ha addirittura dimostrato che, proprio grazie all'alleviamento degli effetti collaterali, chi riceve cure omeopatiche interrompe di meno la radioterapia rispetto a chi segue solo terapie tradizionali.
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