martedì 31 marzo 2009

Accanimento diagnostico

da: Corriere della Sera.it
http://www.corriere.it/salute/09_marzo_30/vita_malattia_mortale_6a8f1684-1d0a-11de-aa2e-00144f02aabc.shtml

Allarme degli esperti: «Viviamo una vita troppo medicalizzata»
Si usano cure per situazioni che molti reputano patologiche ma in realtà sono fisiologiche


«La vita è una malattia sessualmente trasmessa ad esito fatale». L’adagio scherzoso che circola fra alcuni medici potrebbe essere tacciato di cinismo. E in effetti, prendendolo alla lettera lo sarebbe. Ma va detto che anche «l’accanimento diagnostico» se non è mortale può produrre discreti effetti collaterali. A riaccendere la miccia sulle polemiche dell’eccesso di «malattie», è un articolo apparso in apertura del sito della
BBC online nel quale Tim Kendall, Joint Director del National Collaboration Centre for Mental Health e uomo chiave per le decisioni sanitarie del governo britannico, esprime in un'intervista la sua preoccupazione circa la «esondante» medicalizzazione della società.

SIAMO TUTTI MALATI - Nel Regno Unito, notoriamente, si è molto attenti alle spese, comprese quelle che lo Stato deve sostenere per la sanità pubblica, ma - fa notare Kendall - che al 10 per cento dei bambini britannici sia stato diagnosticata una malattia mentale, che, sempre per i sudditi di Elisabetta II, siano state fatte 34 milioni di prescrizioni di antidepressivi nel 2007 e che il 10 per cento dei ragazzini americani prenda una medicina contro la sindrome da iperattività , alimenta il sospetto che qualche esagerazione ci sia. «Se si consulta il manuale di riferimento degli psichiatri americani» fa notare Kendall nell’intervista alla Bbc, «si ha l’impressione che qualunque tipo di comportamento umano sia virtualmente patologico». L'esperto inglese vuole quindi denunciare una tendenza a «cercare di creare nuove categorie di malattia, non di rado laddove c’è, o ci sarà, un farmaco che potrebbe essere utilizzato al bisogno». Esempi? L’articolo della Bbc ne cita alcuni, come la «sindrome delle gambe senza riposo», piuttosto che la «fobia sociale», o alcuni disturbi della sfera sessuale femminile.

DISTINGUERE CASO PER CASO - Su queste, ma anche su diverse altre condizioni, il dibattito sull’opportunità di cure è acceso da tempo, e sono disponibili montagne di studi pronti a dimostrare l’esistenza, la gravità e la diffusione di ciascuna di esse. Nondimeno, però, esistono spesso dubbi sul fatto che tali studi siano sempre uno specchio fedele della realtà e non invece una forzatura interpretativa per medicalizzare condizioni che invece, se non proprio del tutto fisiologiche, nemmeno sono sempre acclaratamente patologiche. Ovviamente bisogna sempre distinguere caso per caso, perché quando un farmaco ci vuole è sacrosanto prescriverlo(per il medico) e necessario prenderlo (per il paziente), ma quando non ci vuole è inutile. E questo sta alla sensibilità e alla capacità dei medici valutarl. Se qualcuno davvero non riesce a dormire la notte perché le sue gambe sono «senza riposo», cioè non riescono stare ferme, può trarre sicuro giovamento da un farmaco ad hoc, ma se è solo un po’ nervoso quel farmaco potrebbe, non servirgli , e produrre magari qualche effetto collaterale inutile, se non altro al suo portafoglio o a quello del sistema sanitario che lo rimborsa. E il problema non esiste solo per le medicine, ma anche per alcuni esami. Un antigene dosato per rilevare il tumore alla prostata, il Psa, era prescritto a tappeto fino a qualche anno fa, e invece oggi la maggior parte degli studiosi sostiene che rimane utile, e persino prezioso, in certe circostanze, ma può condurre a un eccesso di biopsie prostatiche in altre, quindi non andrebbe più usato, perlomeno da solo, per gli screening di massa. Va da sé che sarà lo specialista a valutare quando può dare un’informazione in più, utile per inquadrare la situazione di un paziente.

A TEATRO - Se può consolare, questo fenomeno, noto fra gli addetti ai lavori come «disease mongering», non è certo nuovo, e non c'è bisogno della Bbc per ricordarlo. Basti pensare che già nel 1923 a Parigi andava in scena a teatro «Il Trionfo della Medicina», commedia di Jules Romains in cui il dottor Knoch, giovane dottore appena nominato medico condotto in un paesino di campagna recitava: «La popolazione è sana soltanto perché non sa di essere malata». Stabilire dove stiano i confini tra salute e malattia non è facile A volte quei confini sono chiari e netti, le malattie sono reali e dolorose, e la cura con farmaci, terapie, procedimenti medici, sono quanto di più auspicabile ci possa essere. In altre circostanze, però, i limiti che delineano la patologia tendono sempre di più ad ampliarsi. Oppure problemi di salute sono talmente lievi o passeggeri che non giustificano una loro medicalizzazione.

IL MECCANISMO - Il meccanismo che sta alla base del «disease mongering» di solito è ricorrente: si parte da una patologia esistente e curabile farmacologicamente e poi, con operazioni ad hoc la si promuove e descrive in termini abbastanza generici da coinvolgere quanti più soggetti possibili. In altre occasioni addirittura il punto di partenza non è una malattia quanto piuttosto un problema, o semplicemente un fenomeno, che viene ridefinito opportunamente in chiave patologica. Non è che le patologie siano il risultato della creatività dell’industria: le malattie esistono, come pure sono normate e regolamentate le indicazioni per usare i farmaci, ma c’è un potente sforzo collaterale per spingere verso la medicina situazioni in cui un suo intervento è superfluo. Un sistema simile, così per come è strutturato, inevitabilmente genera e produce tendenze crescenti di medicalizzazione non sempre giustificate. Queste, se portate all’eccesso, non fanno bene né allo Stato né al cittadino: il contenimento della spesa sanitaria e la riduzione degli sprechi sono un problema importantissimo oggi per i responsabili della cosa pubblica di tutti i Paesi occidentali .

FRA DUE POLI - Pensare di essere malati perchè si perdono i capelli, oppure perchè si ha un po' di mal di testa mal di testa prima del ciclo mestruale, oppure perchè....si invecchia, può essere fuorviante. La paura di rischi irrilevanti o inesistenti per la salute è profondamente malsana. Il richiamo di Kendall è in realtà motivato soprattutto dalla sua preoccupazione che anche in Europa possa essere ammessa la pubblicità diretta di farmaci soggetti a prescrizione al pubblico, come già avviene negli Usa. Pensiamo di poter però sintetizzare che il suo invito è che si sappia mantenere un ragionevole equilibrio tra i rischi sopportabili e quelli che non lo sono. Senza cadere nell'eccesso opposto: per un vero malato di depressione una terapia adeguata può fare la differenza fra la vita a la morte (non solo in senso fisco), così come per un malato di tumore o di una malattia del cuore. E allo stesso modo la prevenzione, quando attuata secondo criteri opportuni non solo può risparmiare una malattia o la vita stessa, ma fa anche risparmiare soldi alle casse dello Stato.
Luigi Ripamonti

venerdì 20 febbraio 2009

Le Connessioni Inattese.it


In questo numero (Dicembre 2008):

- Gli obiettivi dell’Associazione Culturale ALTANUR (A.Scuotto)
http://www.leconnessioniinattese.it/2/2.html
http://www.youtube.com/watch?v=-A3QtAvfVrg
- Il confine tra Scienza, Storia e Mito (S. Scuotto)
http://www.leconnessioniinattese.it/2/2_a.html
- Sento. Di Lucio Esposito (O. Russo)
http://www.leconnessioniinattese.it/2/2_b.html
- Dal Mito al Rito attraverso la maschera (M. Scognamiglio)
http://www.leconnessioniinattese.it/2/2_c.html
- Paradigma epistemologico (A. Ianniello)
http://www.leconnessioniinattese.it/2/2_d.html
- Filiazione (L. Quintavalle)
http://www.leconnessioniinattese.it/2/2_e.html

venerdì 13 febbraio 2009

Raffreddore, rischio per la guida?

Per chi guida un'influenza è quasi peggio di due whisky
di Alessandro Scuotto

E’ di qualche giorno fa la notizia che mettersi alla guida ammalati di raffreddore o di influenza può comportare dei rischi. Uno studio britannico, commissionato dalla Lloyd TSB Insurance, ha rilevato che queste malattie riducono l’attenzione del guidatore dell’11-13%, una percentuale simile a quella riscontrabile nel guidatore con un aumento del tasso di alcool nel sangue pari al consumo di due whisky.
La ricerca è, in verità, condotta in modo scientificamente scrupoloso. L’uso di un simulatore della percezione di rischio e il campione sufficientemente ampio di individui sottoposti ad analisi portano a risultati statisticamente significativi. In più sono stati anche valutati gli effetti di altre condizioni di malessere (cefalea, sindrome premestruale, stress), che non hanno comportato una rilevante riduzione della percezione di rischio (solo il 4%). L’articolo è perfino corredato di una tabella illustrativa che evidenzia la distanza percorsa mentre si compie uno starnuto (circa 2 secondi) a varie velocità di guida: 27 metri circa a 50 km/h, più di 50m a 100km/h.
La relazione diretta causa-effetto tra stato di malattia e incidente è una supposizione ragionevole, ma non completamente dimostrata, inoltre ci sembra che l’applicabilità in pratica del risultato di questa ricerca sia piuttosto impegnativo.

Forse siamo maliziosi nel pensare che la Compagnia Assicurativa avesse qualche interesse nel commissionare tale ricerca con l’aspettativa ben riposta di tale risultato. Ma le parole della portavoce dell’Assicurazione ci suggeriscono questo sospetto. Infatti dice: "La nostra ricerca prova che mettersi alla guida quando si è ammalati causa migliaia di incidenti ogni anno. Ciò porta a un duplice avvertimento per i guidatori – primo, cercare di evitare di mettersi alla guida se affetti da influenza o raffreddore, e secondo essere preparati alla irresponsabilità di altri guidatori accertandosi di avere un’assicurazione completa (in lingua originale comprehensive)". In pratica si consiglia di stipulare un’assicurazione “casco”, di costo più elevato rispetto alla convenzionale assicurazione per il rischio automobilistico.

Questa comunicazione viene fornita, in modo opportuno, in un periodo dell’anno in cui l’incidenza di malattie da raffreddamento è molto elevata nella popolazione; ci aspettiamo tra qualche mese, in primavera,una analoga ricerca nei confronti delle persone con rinite allergica, anch’essi dispensatori di starnuti.

Ma queste notizie, che arrivano al pubblico dalla ricerca scientifica, attraverso i canali di informazione ordinari in maniera sovente tanto sintetica da avere un effetto slogan, ci inducono una riflessione scherzosa. Non desidereremmo infatti che un legislatore burlone ci imponesse l’uso della “maglia della salute” se la nostra auto è dotata di climatizzatore; inoltre speriamo che, nel caso vi fosse obbligo per la polizia stradale di rilevare la temperatura corporea delle persone al volante, ci sia concesso di utilizzare un metodo poco invasivo.


Articolo pubblicato sul quotidiano L'Ordine, 12 febbraio 2009

venerdì 6 febbraio 2009

Medici e immigrati

Non ti denuncerò.
di Alessandro Scuotto

Ieri, con emendamento approvato al Senato, è stato soppresso il comma 5 dell’articolo 35 del DL 25 luglio1998, n.286: “L’accesso alla struttura sanitaria da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”.
Dunque un medico può denunciare un immigrato irregolare che gli si rivolge per problemi di salute.
Può non significa che deve farlo!
La Federazione degli Ordini dei Medici, i medici cattolici italiani, l’organizzazione umanitaria “Medici senza Frontiere” e tante altre autorevoli organizzazioni sanitarie e non hanno già espresso il dissenso sull’emendamento. Come medico ne sono confortato e desidero manifestare la mia opinione.

Non so se, nell’esercizio della professione, mi capiterà di trovarmi in questa posizione, ma caro cittadino - italiano o straniero, regolarmente ammesso o irregolarmente presente in Italia - voglio farti sapere che, nell’osservanza delle leggi dello Stato, nell’adempimento delle disposizioni del codice deontologico e nel rispetto dei principi etici, io non ti denuncerò.

Non ti denuncerò. Perché ho giurato che: “dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo della sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza distinzioni di sesso, di etnia, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, di ideologia, in tempo di pace e in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera” (Art. 3 del Codice di Deontologia Medica, 16 dicembre 2006)

Non ti denuncerò. Perché ho giurato di ispirarmi “ai valori etici della professione, assumendo come principio il rispetto della vita, della salute fisica e psichica, della libertà e della dignità della persona” e di non dover “soggiacere a interessi, imposizioni e suggestioni di altra natura” (art. 4).

Non ti denuncerò. Perché ho giurato di “collaborare alla eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario, al fine di garantire a tutti i cittadini stesse opportunità di accesso, disponibilità, utilizzazione e qualità di cure” (art.6).

Non ti denuncerò perché un medico “non può mai rifiutarsi di prestare soccorso o cure d’urgenza e deve tempestivamente attivarsi per assicurare assistenza” (art.8).

Non ti denuncerò perché “il medico deve mantenere il segreto su tutto ciò che gli è confidato o di cui venga a conoscenza nell’esercizio della professione” e perché “il medico non deve rendere al Giudice testimonianza su fatti e circostanze inerenti il segreto professionale” (art.10).

Ma soprattutto non ti denuncerò perché ho scelto di essere dalla tua parte, nella lotta contro la malattia e contro la sofferenza, e desidero che tu ti fidi di me.


Articolo pubblicato sul quotidiano L'Ordine, 6 febbraio 2009.

sabato 24 gennaio 2009

Controversie in agopuntura

L'agopuntura non è placebo. Perché...
di Alessandro Scuotto

Il fatto che una pratica medica, sottoposta a critica qualche giorno fa sulle pagine di un quotidiano di informazione, abbia ottenuto la sua apologia su questo quotidiano da parte di un paziente – sia pure una autorevole firma giornalistica – in parte mi solleva dall’ipotesi che gli oltre venti anni da me dedicati allo studio e all’applicazione dell’agopuntura possano essere ridotti all’esercizio di imbonitore o di persuasore occulto. Nel contempo l’episodio mi stimola a qualche riflessione.

Il successo terapeutico di cui A.M. Parrino è dichiaratamente testimone non è una condizione episodica e non ha apparenze mirabolanti, ma rientra tra le aspettative consolidate dalla statistica: il 65% circa delle persone, che si sottopongono a terapia con agopuntura contro l’abitudine al fumo, smettono di fumare; il 25% circa riduce in maniera significativa il numero di sigarette consumate; il 10% circa non risponde alla terapia.

Non è questa la sede per discutere nel merito della questione: il dibattito scientifico va condotto nei luoghi opportuni e su queste righe otterrebbe solo di annoiare il lettore non addetto ai lavori. Ma mi sembra opportuno una serie di considerazioni metodologiche sulla divulgazione scientifica. L’articolo scientifico in lingua originale, al quale il corrispondente di Repubblica fa riferimento, è consultabile facilmente al sito
www.cochrane.org/reviews/en/ab007587.html; in primo luogo in esso non ci si riferisce all’emicrania, come erroneamente segnalato su Repubblica, ma ad un’altra patologia: la cefalea muscolo-tensiva. Inoltre le conclusioni alle quali pervengono gli autori sono le seguenti: “l’agopuntura potrebbe essere un apprezzabile strumento non-farmacologico nei pazienti con cefalea tensiva frequente, episodica o cronica”. Tuttavia l’accento sull’effetto placebo, posto nell’articolo di E. Franceschini su Repubblica, non mi sembra abbia riscontro con quanto segnalato nel lavoro scientifico nel quale Linde e coll. riferiscono piccoli benefici, ma statisticamente significativi, dell’agopuntura nel confronto con l’infissione casuale di aghi (“falsa agopuntura”).

L’effetto placebo è insito in ogni pratica medica ed è parzialmente responsabile di ogni successo terapeutico; si badi bene, parzialmente non vuol dire che una parte dei successi è esclusivamente dovuta a questo effetto, ma che tale componente agevola la buona risposta alla terapia, anzi è spesso invocata: ogni medico, con sufficiente esperienza clinica, punta alla collaborazione del paziente per ottenere la sua guarigione, e sarebbe folle a non farlo.
L’effetto placebo è indiscutibile, come è altrettanto innegabile il suo opposto: l’effetto “nocebo”. Quello che si verifica allorquando si pone l’accento sugli effetti collaterali indesiderati di un farmaco più che sulla sua azione, quello che si induce con il riferimento alla percentuale di mortalità anziché di sopravvivenza ad un evento patologico, quello che si persegue con un tentativo di informazione, accompagnata dal pregiudizio, che punta a screditare l’efficacia di alcuni tipi di terapia.

Articolo pubblicato sul quotidiano L'Ordine, 24 gennaio 2009

venerdì 9 gennaio 2009

La felicità è contagiosa

La felicità è contagiosa. – British Medical Journal
da: Medical News Today, 6 dicembre 2008
Traduzione dall'originale inglese di Silvia Scuotto

La felicità può davvero trasmettersi. Una ricerca pubblicata oggi su bmj.com prova che la felicità di una persona dipende dalla felicità di coloro i quali le sono accanto.

La felicità non è soltanto un’esperienza o una scelta individuale, ma dipende dalla felicità delle persone con le quali gli individui entrano in contatto, direttamente e indirettamente, e richiede una stretta vicinanza per diffondersi, dicono gli autori. Per esempio, un amico che diventa felice e vive tenendo duro, accresce la tua probabilità di felicità del 25%.

Il Professor Nicholas Christakis dell’Harvard Medical School e il Professor James Fowler dell’University of California, San Diego, hanno analizzato dati raccolti nel Framingham Heart Study, per scoprire se la felicità possa trasmettersi da persona a persona e se gruppi di felicità si formino all’interno di network sociali.

Nella Framingham Heart Study 5.124 adulti tra i 21 e i 70 anni furono reclutati e seguiti tra il 1971 e il 2003, per esaminare vari aspetti delle loro vite e la loro salute. Ai partecipanti fu chiesto di identificare i loro parenti, gli amici stretti, il luogo di residenza, e il luogo di lavoro, per garantire che potessero essere contattati ogni 2-4 anni per essere seguiti. Gli autori trovarono 53.228 legami sociali tra i 5.124 partecipanti per un totale di 12.067 persone. Si concentrarono su 4.739 persone seguite dal 1983 al 2003.

Ulteriori dati sulla salute mentale, raccolti utilizzando una scala di valutazione della depressione, registrarono accordo o disaccordo con quattro affermazioni “Ero speranzoso sul futuro”, “Ero felice”, “Mi piaceva la vita”, “Sentivo di essere buono quanto le altre persone”. In questo scritto su BMJ, gli autori definirono la felicità come un perfetto punto di partenza per tutte e quattro le affermazioni.

Utilizzando analisi statistiche, i ricercatori misurarono come i network sociali fossero correlati con la riportata felicità. Scoprirono che in una convivenza, quando uno dei due partner diventa felice, aumenta la probabilità dell’altro di essere felice dell’8%, effetti simili furono visti tra fratelli che vivono a stretto contatto (14%) e vicini di casa (34%). I colleghi di lavoro non si trasmettevano felicità, il che suggerisce che il contesto sociale può limitare la trasmissione di stati emotivi.

La cosa interessante sta nel fatto che non sono solo i legami sociali immediati ad avere impatto sui livelli di felicità, ma la relazione tra la felicità delle persone si può estendere a tre gradi di separazione (all’amico dell’amico di un amico). Infatti, le persone che sono circondate da gente felice probabilmente diverranno felici in futuro.

In modo rilevante, riportano che la stretta vicinanza fisica è essenziale perché la felicità si trasmetta. Una persona ha il 42% di possibilità in più di essere felice se un amico che vive a meno di mezzo miglio di distanza diventa felice, l’effetto è solo del 22% per gli amici che vivono a meno di due miglia di distanza, e questo effetto declina e diviene insignificante alle maggiori distanze.

Le scoperte suggeriscono che i gruppi di felicità risultino dalla trasmissione della felicità e non solo da una tendenza delle persone a omologarsi a individui simili.

Gli autori dicono:”I cambiamenti nella felicità individuale possono propagarsi attraverso network sociali e generare una lunga struttura nel network, facendo sorgere gruppi di felicità e infelicità individuali.”

Concludono:”La cosa più importante dal nostro punto di vista è il riconoscimento che queste persone sono incastrate in network sociali e che la salute e il benessere di una persona influisca sulla salute e sul benessere di altri. Questo dato importante fornisce una fondamentale giustificazione concettuale per la caratteristica della salute pubblica. La felicità degli uomini non è semplicemente il territorio di individui isolati.”

In una redazione associata, il Professor Andrew Steptoe, dell’University College di Londra, e la Professoressa Ana Diez Roux, dell’University of Michigan School of Public Health, aggiungono che lo studio è “innovatore”: “Se, (some queste scoperte suggeriscono) la felicità è, appunto, trasmessa tramite connessioni sociali, potrebbe indirettamente contribuire alla trasmissione sociale della salute”, e ha importanti implicazioni per la formazione della politica e delle mediazioni.

Comunque, in un’altra ricerca, Jason Fletcher, della Yale University, e Ethan Cohen-Cole, della Federal Reserve Bank of Boston, avvisano che i metodi usati per scoprire gli effetti dei network sociali negli studi di Christakis e Fowler sono soggetti a “potenziali grandi pregiudizi.. che potrebbero produrre effetti dove non ve ne sono.”

Esaminarono se gli effetti del network possano essere scoperti per tre problemi della salute – mal di testa, problemi di pelle, e altezza. Scoprirono che, ad esempio, i problemi di acne di un amico aumentano la probabilità dei problemi di acne dell’altro, e che anche la probabilità che un individuo abbia dei mal di testa aumenta con la presenza di un amico che ha mal di testa. Ma dopo aver controllato le confusioni ambientali, questi effetti dei network sociali sparirono. Concludono: “Questi metodi possono produrre premature rivendicazioni di effetti del network sociale nei problemi di salute.”

Fowler JH, Christakis NA, Dynamyc spread of happiness in a large social network: lomgitudinal analysis over 20 years in the Framingham Heart Study, BMJ 2008; 377: a2338.
Cohen-Cole E, Fletcher J, Detecting implausible social network effects in acne, height, and headaches: longitudinal analysis, BMJ 2008; 377: a2533.
Steptol A, Diez Roux AV, Happiness, social network, and health, BMJ 2008; 377: a2781.

giovedì 18 dicembre 2008

Natale

L'attesa della nascita è avere fede in una promessa
di Alessandro Scuotto

Ciò che nasce adesso, prima non c’era. Il momento della nascita dunque segna il limite temporale di un cambiamento da una primitiva condizione, un “passaggio all’essere”. Questo “essere nuovo” non ha, però, generato se stesso, origina infatti da situazioni necessariamente preesistenti e stabilisce, attraverso esse, un collegamento col passato. Ma è tutto l’esistente che viene modificato dalla nascita, da ogni nascita, in una realtà nuova: allorché la realtà genera il nuovo, il nuovo modifica la realtà.
L’attesa della nascita è la fede in una promessa che verrà mantenuta nel futuro, è espressione di una condizione na(sci)tura, che attiene cioè alla natura: è un fenomeno intrinsecamente naturale. Ma “nascere” viene dal fonema indoeuropeo GN- da cui sia GEN- (generare), che GNO- (accorgersi) e da quest’ultimo: cognoscere, conoscere. Quindi nascere è partecipare della natura e della conoscenza, è conoscere la propria natura, avere coscienza di sé: immergersi consapevolmente nella propria essenza.
La natura dell’Uomo non può accontentarsi di nascere per esistere semplicemente, ma si esprime pienamente nell’essere. Questa espressione, spontanea nell’intenzione, richiede tuttavia un atto di volontà. Come il tentativo di realizzare l’opera di trasformazione alchemica procede attraverso innumerevoli sperimentazioni pratiche, acquisendo ogni volta una parte importante della conoscenza; così, per percorrere con successo la strada per la realizzazione di se stessi, è necessario trasferire l’energia dal piano potenziale a quello attuale, dall’intenzione all’azione cosciente e accogliere intimamente l’esortazione dell’Ulisse dantesco: Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza (Inf. XXVI, 118-120).
La conoscenza che porta alla nascita determina un cambiamento ed impone a sua volta una trasformazione dello stato precedente: una morte simbolica. Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv. 12, 24). Ogni volta dunque che la consapevolezza di sé progredisce, si nasce, e questo processo naturale si sviluppa attraverso un ciclo di generazione che procede dalla morte (trasformazione) verso la vita (realizzazione di sé). Il mito della fenice, che rinasce dalle proprie ceneri, richiama questa esigenza.
La nascita (come la resurrezione) di Cristo è una celebrazione con valore attuale per il mondo cristiano, non una commemorazione storica, e la si fa ricorrere in concomitanza del solstizio d’inverno, un evento simbolicamente legato alla rinascita da tempi remoti. La virtualità della promessa si traduce dunque nella concretezza del suo compimento che dall’essere passa alla consapevolezza (sapere di essere), da questa all’azione (gestire l’essere) ed infine alla relazione d’amore (donare l’essere).

Articolo pubblicato su Napolipiù, 18 gennaio 2005.