venerdì 6 giugno 2008

Medicina Integrata

Verso una medicina integrata
di Alessandro Scuotto

L’ampliamento progressivo delle conoscenze scientifiche ha determinato un sovraccarico informativo nella medicina che non è più adeguatamente gestibile da un solo operatore in maniera omnicomprensiva. Accanto a ciò il progresso tecnologico ha condotto la medicina dall’iniziale visione olistica, basata cioè sull’osservazione della persona nella sua interezza, ad una visione sempre più analitica, fondata prevalentemente sulle rilevazioni oggettive strumentali e di laboratorio. Ne è scaturita una frammentazione del sapere medico in un insieme sempre crescente di specializzazioni che sono andate sempre più distanziandosi fino ad isolarsi l’una dalle altre e a compromettere così la reciproca comunicazione. Il paradosso è che lo specialista in una particolare branca della medicina sovente non identifica più una figura che possiede speciali competenze in addizione alla conoscenza fondamentale, cioè “uno che sa di più”, ma un tecnico raffinato nella conoscenza esclusiva del dettaglio: “uno che sa solo quello”!

A tutto ciò si aggiunge una considerazione di ordine sociale che mira ad inquadrare la medicina come servizio erogato da una struttura prescindendo dai rapporti interpersonali. In un tipo di società che privilegia la visione mercantile dei rapporti, l’attenzione si sposta dagli aspetti etici a quelli commerciali, dal quale al quanto. La responsabilità delle scelte viene allora affidata a gestori economici, attenti a considerare le opzioni in base all’ipotetico recupero del numero di giornate lavorative perse o al risparmio sui giorni di degenza ospedaliera piuttosto che in relazione al benessere individuale; talora invece si assiste all’opera buffa di un contabile malaccorto che, per consentire la dispensa in economia di una prestazione sanitaria, elabora complesse procedure di valutazione che possono risultare più costose dell’erogazione della prestazione stessa.

La figura del medico tradizionalmente intesa viene soppiantata dalla appartenenza ad una istituzione e dall’attribuzione di una ulteriore etichetta di ruolo. In una situazione colloquiale qualunque alla domanda di prassi “Lei di che cosa si occupa?”, la risposta consueta: “Faccio il medico” è percepita carente e sollecita immediatamente l’interlocutore a richiedere precisione: “Dove?”, “Che tipo di medico?”. Le circostanze legittimano dunque l’instaurarsi di una relazione medico-paziente che, anziché evolvere sul piano della fiducia, esita in un confronto impersonale e poco soddisfacente tra due posizioni obbligate.

La domanda attuale è quella di colmare la divaricazione in atto tra l’esigenza di risolvere, con l’ausilio di competenze specialistiche e dei mezzi tecnologicamente più avanzati, il problema clinico specifico e la necessità di garantire attenzione e responsabilità continuativa di cura nei confronti del paziente. Si rende necessario quindi un recupero del valore antropologico della professione medica che privilegi le attitudini umane, l’etica, la capacità di empatia e la disponibilità ad operare con mentalità complementare integrando i diversi approcci per lo studio e la soluzione del quesito clinico.

Il consenso che registrano le cosiddette medicine non convenzionali è assicurato innanzitutto dal pregio, che la maggior parte di esse ha, di collocare nuovamente al centro dell’interesse del medico l’Uomo che, attraverso il problema clinico, pone l’interrogativo complesso della sua situazione biologica. Lo sdegnoso appellativo di alternativa può essere accolto in discordanza con una medicina basata sull’evidenza che non esita a sconfessare le evidenze quando queste appaiono troppo semplici e che corre il rischio di arroccarsi su posizioni di presunta superiorità metodologica in nome di una verità precodificata.

Da ultimo, come conciliare il lavoro del medico con l’esigenza di gestione personale inderogabile della tutela di sé e quindi della propria salute? Assicurare scelte non vincolate a protocolli rigidi né orientate dalla paternalistica benevolenza, bensì indirizzate da un rapporto fiduciario maturo che investa nelle risorse della comunicazione corretta (ben oltre il formalizzato consenso informato) e proponendo uno scenario nel quale metodologie convergenti dai piani di studio sia analitico che sintetico possano coesistere in una medicina integrata.

Articolo pubblicato su Le Connessioni Inattese, dicembre 2005.

sabato 31 maggio 2008

Colore


Gloria Grazzini
Terapia del colore
(Enea-SI.RI.E., Milano, 2008)
Prefazione
di Alessandro Scuotto
In questo libro, Gloria Grazzini, mediante un abile lavoro di integrazione, fa confluire la sua precedente e consolidata formazione artistica nella pratica della naturopatia, delineando un originale percorso di osservazione e di attività terapeutica.
A questo proposito mi sovvengono con piacere, tra gli episodi del mio rapporto personale con l’Autrice, anziché i ragionamenti sugli argomenti di medicina non convenzionale, che ci hanno a più riprese appassionati, le considerazioni sulla valenza simbolica del colore espresse di fronte a La Visitazione del Pontormo a Carmignano e le impressioni sulla luminosità e la ricerca cromatica trasmesse da La Flagellazione del Caravaggio a Napoli. Sensibilità artistica e comunicazione terapeutica sono i capisaldi sui quali si fonda l’interesse per il colore.
Il lettore, dopo le necessarie premesse di anatomia e di fisica, è condotto nel vivo della materia attraverso un percorso storico ed esegetico sul colore fino ad arrivare alla trattazione degli impieghi terapeutici tradizionali di esso quali l’arteterapia e la cromoterapia. Nella struttura dell’opera appare centrale il capitolo sul Mandala che pone in collegamento gli aspetti storico-culturali precedentemente trattati con la visione moderna integrata della terapia del colore e, nello stesso tempo, costituisce l’introduzione al lavoro personale dell’Autrice.
Il pregio del volume consiste proprio nel porgere l’esperienza individuale come il filo conduttore di un approccio che risulterà originale ogni volta che ci si cimenti. Il rispetto della variabilità delle parti, che ogni azione terapeutica deve necessariamente prendere in considerazione per poter essere efficace, è particolarmente ben espresso nel capitolo dedicato ai bambini.
Il testo è redatto con chiarezza e semplicità di esposizione, pertanto risulta accessibile ad un pubblico molto vasto. Ciò nondimeno l’accuratezza e la puntualità dello studio condotto fornisce al lettore una serie di preziose indicazioni sulla metodologia senza scivolare nel tecnicismo.
La ricchezza delle citazioni, supportata da una certosina ricerca delle fonti bibliografiche autorevoli, conferisce al lavoro quella dignità scientifica che purtroppo difetta a molte pubblicazioni nel campo delle medicine naturali.
Il mio augurio, a questo punto, all’Autrice e a quanti si apprestano alla lettura del libro è di poterne combinare di tutti i colori!

venerdì 23 maggio 2008

Fusione fredda

“E’ possibile che le allucinazioni di oggi possano diventare fatti scientifici, accettati e provati di domani.” (Agatha Christie, Il mistero del vaso azzurro, in: Testimone d’accusa e altre storie)

Ieri, 22 maggio 2008, è stato realizzato con successo da Yoshiaki Arata il primo esperimento pubblico sulla fusione fredda. La dimostrazione è stata effettuata all'Università di Osaka alla presenza di un pubblico qualificato.

Dall’epoca del primo esperimento, condotto il 23 marzo 1989 dai chimici dell'università americana dello Utah, Martin Fleischmann e Stanley Pons, sono passati quasi venti anni. Nel frattempo diversi ricercatori, in più parti del mondo, sfidando le “regole” imposte dalle istituzioni ufficiali hanno portato avanti caparbiamente gli studi. Tra questi vanno annoverati i fisici italiani Giuliano Preparata ed Emilio Del Giudice che hanno elaborato, con il gruppo di ricerca dell’ENEA di Frascati, il modello teorico della fusione fredda.

Nel 2000, in un periodo ancora di predominante scetticismo sull’argomento, venne pubblicata la prima edizione del saggio di Roberto Germano, Fusione fredda – Moderna storia d’inquisizione e d’alchimia. (Bibliopolis, Napoli, 2003, 2ed).

Il 20 febbraio 2001 a Napoli, l’Associazione Culturale Interdisciplinare ALTANUR organizzò, con il patrocinio dell’Assessorato all’Ambiente del Comune di Napoli, una delle prime conferenze divulgative sull’argomento Nuove prospettive della scienza: La fusione fredda come possibile fonte energetica alternativa non inquinante, relatori: Emilio Del Giudice, Roberto Germano e Antonella De Ninno. Ci piace pensare che la scoperta che da ieri si chiama “Arata phenomena” abbia, per una connessione inattesa, un parziale eponimo italiano dal nome del compianto Giuliano Preparata.

mercoledì 7 maggio 2008

Autostima e corpo

L’aspetto fisico può minare l’autostima
di Alessandro Scuotto

L’aspetto fisico è la percezione orientata che abbiamo del corpo, di quella parte del sé che è sostanza e garantisce il senso di identità individuale e, allo stesso tempo, assicura la capacità di comunicazione. L’elaborazione di questa percezione assegna al corpo il ruolo espressivo della soggettività e una parte non secondaria nell’esperienza progressiva della conoscenza di sé e nella conseguente valutazione delle risorse personali.

La formulazione dell’autostima scaturisce dall’equilibrio dinamico tra queste due esigenze ed è autocentrata (poggia cioè sul rispetto di valori riconosciuti propri) ed eteroriferita, poiché attraverso la comunicazione si stabilisce un confronto con l’esterno. Il confronto con un modello congruo stimola la tensione ad esprimere le potenzialità individuali e favorisce il senso di appartenenza sociale. Se il modello selezionato non è congruo, l’autostima decade.

Il modello risulta incongruo o perché invalidato sul piano etico (non si accorda con i propri valori) o perché è inapplicabile nella pratica (idealizzato). Un modello eticamente non valido può imporsi ugualmente sulla scorta di un investimento affettivo-emozionale che comporta la gratificazione immediata e/o il conforto dell’omologazione. E’ il caso di chi soggiace al ricatto imposto da norme provenienti da autorità nei confronti delle quali si è stabilita una relazione affettiva (genitori, coniuge, educatore, ecc.) o di vasto consenso (mass media). Un modello è invece inapplicabile quando è il risultato di una elaborazione astratta e sfugge alla definizione oggettiva; il soggetto si rifugia allora nell’ideologia o trasferisce la tensione delle sue potenzialità su di un piano esclusivamente teorico fino ad identificare, per esempio, il sé corporeo in un numero che appare sul quadrante della bilancia.

Per una personalità integrata è necessario accogliere la fisicità e le sue eventuali inadeguatezze, quindi occorre innanzitutto svincolare il corpo dalla considerazione di esso come un oggetto da sagomare sulla traccia di istanze mutevoli e aderire alla propria immagine reale, dotata di significato e di senso, legittimata nella sua originalità proprio dai punti di distacco dai modelli e perciò autentica.

Articolo pubblicato nella rubrica “salute” del quotidiano Napolipiù, 29 gennaio 2005.

http://arcolario.blogspot.com/2008/04/autostima-e-aspetto-fisico.html

giovedì 1 maggio 2008

Come ce la raccontiamo


La pubblicità elettorale, la fisica quantistica, la psicosomatica e l’editoria sono stati i differenti “punti di vista” tra i quali si è tessuto un filo di connessioni inattese nell’incontro di Como del 19 aprile. Il tema portante della Comunicazione, con il rischio connesso alla distorsione dell’informazione, è stato sviluppato in maniera multidisciplinare: dagli aspetti sociali con i risvolti in politica (Marossi) a quelli intimi della comunicazione interiore con l’influenza sul benessere individuale (Scuotto), passando per l’attenzione ai nuovi paradigmi in campo scientifico (Ramploud – Del Giudice) e le considerazioni sul piano storico (Milani) sull’uso della lingua comune per la divulgazione del sapere. Il pubblico ha espresso un manifesto interesse partecipando attivamente al dibattito che si è prolungato ben oltre l’orario previsto per la chiusura.

martedì 22 aprile 2008

Le connessioni inattese

Non esistono influenze buone, Gray. Ogni influenza è immorale… Perché influenzare un individuo vuol dire trasfondergli la propria anima. Egli non pensa pensieri naturalmente suoi, e non arde delle proprie naturali passioni. Le sue virtù non sono una realtà, e i suoi peccati, ammesso che i peccati esistano, sono presi a prestito. Diventa l’eco della musica di qualcun altro, l’attore di una parte che non fu scritta per lui. Lo scopo della vita è lo sviluppo del proprio io. Il completo sviluppo di se stessi – ecco la ragione d’essere di ognuno di noi.
(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray)